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Un condannato a morte è fuggito
di Robert Bresson
Con F. Leterrier, C. Le Clainche, R. Nonod, M. Beerbloch
Anno: 1956
Durata: 95 min.

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Un capolavoro che s'ispira a una storia vera e che ci parla di un sentimento importante: la speranza.

Città di Lione, Francia, 1943. I nazisti (cioè i membri del violento partito tedesco che provocò la seconda guerra mondiale) arrestano Fontaine, un partigiano. Lo portano nella prigione della città. Giorno dopo giorno, con grande pazienza, Fontaine organizza la fuga.

Il film è un inno alla libertà. Nonostante le botte e le umiliazioni subite in prigione, Fontaine non s'arrende. Continua a lottare perché sa che la sua vita ha un senso e perché un uomo non deve rinunciare alla dignità. Perciò, progetta un piano per evadere. Anche se sa che la fuga sarà difficile e che gli costerà grandi sacrifici.

Fontaine sta in una cella di due metri per tre. Bresson ci fa entrare in quel piccolo spazio, per mostrarcelo dal punto di vista di Fontaine. Perché, per Fontaine, la cella è un piccolo mondo. Lì dentro, tutto ha significato o valore: un pezzetto di legno, un cucchiaio, una debole luce che entra dalla piccola finestra, un rumore dal corridoio. La prospettiva s'allargherà solo nella scena finale, quella della libertà riconquistata.

Bresson è molto attento alle emozioni e alla psicologia di Fontaine. Il risultato è che ci sembra di preparare la fuga insieme a lui.

Bresson usa grande rigore e precisione. Tutto ciò che non serve lo toglie. Il suo sguardo è essenziale, si fissa sulle cose semplici. I silenzi valgono come parole e i piccoli gesti valgono come azioni eroiche. Bresson, come Fontaine, rifiuta ogni compromesso e continua a limare, grattare, togliere.

Fontaine ha due qualità. Da una lato, è un uomo razionale: usa l'intelligenza, è paziente, è concentrato. Dall'altro, davanti alla difficoltà del suo compito, riconosce la propria debolezza e si affida a Dio. Per Bresson, l'uomo è appunto questo: coscienza della propria grandezza e coscienza del proprio limite. Ed è proprio quest'ultima che, per Bresson, spinge l'uomo verso Dio.

     
 
 
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