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Vivere
di Akira Kurosawa
Con T. Shimura, N. Kaneko, K. Seki, M. Odagiri, Y. Ito
Anno: 1951
Durata: 143 min.

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Capolavoro. Un uomo arriva alla fine della sua vita e scopre d'avere mille rimpianti. Molto male, perché «rifiutare la vita è peccato, viverla fino in fondo è virtù».

Kenji è un vecchio impiegato della burocrazia statale. Ha passato tutta la vita a timbrare montagne di carte inutili. Ciò l'ha reso triste, pigro, mediocre. Insomma: non ha mai vissuto. Poco prima d'andare in pensione, Kenji scopre d'avere un tumore e pochi mesi di vita. La malattia gli farà capire la differenza tra vivere ed esistere.

Kurosawa c'invita a usare bene il nostro tempo: molti di noi esistono e basta. Ma vivere è un'altra cosa. Sarebbe terribile domandarci un giorno, come Kenji: «Per che cosa ho vissuto tutti questi anni?». La vita è un bene prezioso. Non va sprecata. Ma l'uomo è fatto così: apprezza le cose solo quando sta per perderle.

Come decide di passare il poco tempo che gli resta, Kenji? All'inizio cerca il divertimento, l'alcool, le donne. Ma ciò lo lascia insoddisfatto. L'incontro con una giovane collega, una ragazza piena di vita e d'entusiasmo, gli farà capire che vivere è amare e aiutare gli altri. Così, Kenji dedicherà le energie che gli restano perché una zona abbandonata sia trasformata in un parco per bambini.

Kurosawa ci parla anche del rapporto tra genitori e figli. Kenji ha un figlio cui ha dedicato tutta la vita. Però, suo figlio lo disprezza. In sostanza, tra i due c'è un problema di comunicazione. Si parlano, ma non si capiscono. È il problema che c'è tra molti genitori e figli.

Altro tema è la solitudine dell'uomo davanti alla morte. L'uomo affronta quest'ultima prova da solo: è umano che abbia paura.

Kurosawa denuncia la burocrazia. Perché fa del male a chi la subisce e a chi la amministra. I cittadini, che la subiscono, diventano matti senza aver niente in cambio. Gli impiegati degli uffici, che l'amministrano, perdono l'umanità.

Realizzato il parco, la malattia uccide Kenji. Il sindaco ruba a Kenji i meriti della riuscita del parco. I colleghi di Kenji gettano fango sulla sua memoria. I suoi familiari fanno lo stesso. Solo le madri dei bambini del parco lo ricordano con affetto. Eppure lo conoscevano appena. Per Kurosawa, gli uomini sono pazzi: non hanno rispetto e riconoscenza per nessuno. Neanche per una persona appena morta.

Anche il finale è triste. Bene o male, i colleghi di Kenji capiscono il suo grande esempio di umanità. Ma nessuno di loro ha il coraggio di metterlo in pratica. Nei loro uffici la burocrazia continuerà a far danni, come prima. L'esempio di Kenji sarà subito dimenticato.

     
 
 
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