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La banalità del male
di Hannah Arendt
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Un bellissimo libro, del 1963, che ci spiega i meccanismi del male.

Il libro racconta il processo ad Adolf Eichmann, un nazista (cioè un membro del partito nazista, il violento partito tedesco che provocò la Seconda guerra mondiale). Eichmann, all'interno del partito nazista, ebbe un compito preciso: organizzare il trasporto di milioni di Ebrei nei campi di concentramento (le enormi prigioni dove gli Ebrei erano assassinati). I giudici condannarono a morte Eichmann.

Ma chi era Eichmann? Cioè: che personalità poteva avere un uomo che, senza rimorsi, ha mandato a morire milioni d'innocenti? Era forse un pazzo? Oppure un mostro? Né l'uno né l'altro. Nato in una famiglia borghese, Eichmann aveva avuto un'infanzia e una giovinezza normali. La sua intelligenza era nella media e non era un ignorante. Non era nemmeno un nazista fanatico (cioè uno di quelli che amavano il partito nazista in modo esagerato e odiavano chi aveva idee diverse dai nazisti). Insomma: Eichmann era una persona normale.

Ma come ha potuto una persona normale compiere quei crimini? Il punto è che Eichmann non era abituato a pensare con la sua testa. Aveva sempre bisogno di qualcuno che pensasse per lui e che gli dicesse che cosa fare. Eichmann aveva il carattere del burocrate, cioè del funzionario della burocrazia: eseguiva gli ordini, senza star lì a pensare se erano giusti o no. Insomma: Eichmann, come tutti, aveva una coscienza, ma non la usava mai. Convinto che ai capi non si può disubbidire, eseguì tutti i loro ordini. E con grande senso del dovere.

Anche al processo, Eichmann mostrò di non saper usare la coscienza. Infatti, tentò di giustificare i suoi crimini con quelli che riteneva argomenti validi. Erano invece scuse ridicole. Disse che non si sentiva colpevole, perché non aveva mai agito di sua iniziativa: aveva sempre e solo eseguito ordini. Spiegò di non aver mai odiato gli Ebrei e di non aver mai voluto il loro massacro. La sua colpa era stata l'ubbidienza, da sempre ritenuta una virtù. Di questa sua virtù i suoi capi avevano abusato: era quindi una vittima. Solo i capi meritavano punizioni. Eichmann se la prese poi con la sfortuna e il destino: "Il suddito di un governo buono è fortunato, quello di un governo cattivo è sfortunato. Io non ho avuto fortuna". Disse tutto ciò con tono mite. Il tono di chi è convinto d'aver la coscienza a posto.

Insomma: Eichmann non usò mai la coscienza. Perciò, non si prese mai le sue responsabilità. Di più: non capì, né durante né dopo, la gravità delle sue azioni. Eppure sapeva bene (e fin dall'inizio) che il suo lavoro consisteva nel mandare a morire milioni d'innocenti.

Per la Arendt, tutto questo male è banale. Perché i suoi responsabili (più o meno consapevoli) sono piccoli, grigi burocrati. Gente che non capisce che chi dà l'ordine di uccidere è colpevole proprio come chi lo esegue e spara. Anzi: è più colpevole. Perché senza un ordine nessuno spara. Così, anche Eichmann, che non aveva mai ucciso nessuno con le sue mani, non capiva perché le sue firme su alcuni documenti facessero di lui un criminale. Peccato che quelle firme avevano condannato milioni di persone. Insomma: Eichmann non capì mai che l'assassino non è solo il boia, ma anche chi comanda al boia di uccidere e perfino chi tace di fronte al delitto. Un uomo ha infatti il dovere di ribellarsi all'autorità che gli ordina un crimine.

Ma Eichmann poteva rifiutare l'incarico o avrebbe rischiato la vita? Poteva rifiutare. I nazisti non punirono mai con durezza chi rifiutava un incarico come quello. Dire di no era addirittura possibile anche per chi non era tedesco. Basti pensare ai Danesi, che, invasi dai Tedeschi, si rifiutarono di consegnar loro gli Ebrei di Danimarca. Di più: aiutarono gli Ebrei a nascondersi o a fuggire all'estero. I Danesi, con la loro umanità, riuscirono addirittura a limitare la crudeltà dei Tedeschi: il loro esempio li rese più umani.

La Arendt ci spiega quanto complessa (e purtroppo efficace) fosse la burocrazia nazista. In effetti, ogni dittatura costruisce una grande burocrazia. Perché la burocrazia limita la libertà della gente e la costringe a non pensare più in modo autonomo. Tutti diventano schiavi di regolamenti, timbri e bolli. Sia chi ci lavora che i cittadini.

Insomma: i grandi criminali moderni sono dei tecnici, degli specialisti. Niente in loro ci ricorda un assassino: sono anzi miti e attenti al loro dovere di funzionari. Cioè: sono persone normali, ci somigliano.

     
 
 
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